Una complessa “pandemia sociale”

Il lockdown, dovuto alla pandemia di Covid-19, ha accentuato situazioni di fragilità già esistenti, e ne ha causate di nuove. Compito del giornalismo è accendere i riflettori su tali problemi 

di Fabio Figara

 

Un periodo difficile, un’emergenza complessa da affrontare e, purtroppo, ancora da superare: la chiusura forzata delle attività, la necessità di limitare quanto possibile incontri, contatti e spostamenti ha costretto gran parte dell’Umanità a ripensare al proprio ruolo sulla Terra, a ridimensionare quella sensazione di “invincibilità”, di “invulnerabilità” che il progresso tecnologico e scientifico hanno insinuato. La pandemia ha ricordato ad ognuno la naturale fragilità della condizione umana.

Ma ha anche permesso di conoscere tanti eroi silenziosi che, ogni giorno, si adoperano per aiutare gli altri, e contribuito, pur in mezzo ad innumerevoli tragedie, a risvegliare nelle coscienze un senso di appartenenza alla comunità, attraverso numerose opere di sostegno e di volontariato.

In questo contesto il giornalismo ha avuto un ruolo fondamentale, un’importanza innegabile, mantenendo costantemente aggiornata la popolazione sull’evolversi della situazione, pur non senza incontrare numerose difficoltà, soprattutto nel contrastare le fake news dilaganti nella rete e gli interventi, piuttosto approssimativi, di una pletora di personaggi pubblici ed egocentrici commentatori di dubbia credibilità.

Tuttavia è anche un momento in cui l’informazione ha svelato alcune criticità: concentrandosi eccessivamente su statistiche di ricoveri e di infettati, di pazienti deceduti e guariti (trattando troppo spesso tali argomenti come un mero calcolo matematico), sugli scontri tra presidenti di Regione e Governo centrale, o tra maggioranza e opposizioni, sembrano soffrire di una certa marginalità problemi che, in realtà, proprio a causa della pandemia, hanno conosciuto un notevole peggioramento. A parte il lavoro e la disoccupazione, l’immigrazione e l’istruzione, che restano temi “caldi” per la ricerca infinita di soluzioni, l’indebolimento del ceto medio e lo sfruttamento di chi si trova alla soglia di povertà, gli affari miliardari del mercato degli stupefacenti e del prestito a usura, l’intervento della malavita organizzata che lucra inserendosi in condizioni di disagio estreme là dove lo Stato non giunge (welfare criminale) hanno conosciuto un incremento esponenziale: ad esempio, nei giorni del

lockdown, il consumo di stupefacenti è triplicato, soprattutto tra una fascia di popolazione medio-alta composta da professionisti, divenuti consumatori abituali, che non troveremo mai agli angoli delle strade o nascosti tra le siepi di un parco, ma che concludono i propri “affari” attraverso il dark web – la rete internet oscura su cui gira il traffico illegale d’armi e molto altro – e una rete di “corrieri” della droga; numerose imprese, a causa del calo di liquidità e dei consumi, sono finite nelle mani di usurai ed estorsori, così come molti semplici cittadini; o, ancora, lo sfruttamento sessuale – anche dei minorenni – che ha conosciuto un aumento esponenziale on-line e “in casa”, schiavi moderni di cui spesso si tace. Una vera e propria “pandemia sociale”, come è stata definita, che non può essere ignorata, e di cui la società sta già subendo le conseguenze. È vero che la crisi del settore, la mancanza di fondi e lo svuotamento delle redazioni stanno modificando, ormai da tempo, la professione, problemi indubbiamente aggravatisi con la pandemia: ma il giornalismo può e deve cogliere tale sfida, per continuare a servire i cittadini, ed essere ancora vero e indiscusso baluardo della democrazia.

 

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