Sulla via per Malavalle

Un percorso nel bosco sulle tracce dell’Eremo di S. Guglielmo, a Castiglione della Pescaia, insieme ai nostri amici a quattro zampe.

di Fabio Figara e Gaia Nannicini

Il tempo era incerto, a tratti piovoso; si scorgevano già, quà e là, le prime foglie indorate farsi largo tra la verde coperta che avvolgeva il percorso, ben segnalato, per giungere all’Eremo medievale di S. Guglielmo. Un viaggio nella Storia, immersi nella Natura, sulle tracce del Santo eremita, inizialmente spietato guerriero di probabili natali francesi che scelse come luogo della penitenza la Maremma, in un punto talmente malsano da esser chiamato proprio “Malavalle”, nelle immediate vicinanze di Castiglione della Pescaia (GR).

 

Guglielmo d’Aquitania

 Di questa figura molti aspetti restano tuttora piuttosto oscuri, a cominciare dalla sua reale identità. Tutti i suoi biografi hanno preso spunto dal libellus di un discepolo del santo, Alberto, aggiungendo liberamente – spesso influenzati da leggende sorte nel frattempo – fatti non documentabili e personali interpretazioni. Nella ricostruzione storica della vita di san Guglielmo di Malavalle si identificano, infatti, le vite di altri personaggi, vissuti anche in periodi storici diversi. E così, il santo padre dell’Ordine guglielmita è divenuto Guglielmo X duca d’Aquitania, vissuto nel primo trentennio del XII secolo, o un ben più generico san Guglielmo d’Aquitania; in alcuni casi è ancor oggi chiamato semplicemente san Guglielmo, senza considerare che nella Chiesa Cattolica, oggi, «si festeggiano ben sedici Santi e trentadue Beati» con questo nome; e ancora, è stato confuso grazie alla diffusione del ciclo epico della Chanson de Guillaume, soprattutto nei paesi centro-europei, con san Guglielmo di Gellone, vissuto nell’VIII secolo e canonizzato nel 1066.

 

L’Ordine dei Guglielmiti

Tuttavia di certo c’è questo: dall’esperienza di quell’uomo dal corpo coperto di piaghe ma dalla tempra ineguagliabile sorse, agli inizi del XIII secolo, un vero e proprio Ordine: quello dei Guglielmiti, che ebbe una larga diffusione in Germania, nei Paesi Bassi, nel nord della Francia, addirittura in Boemia ed in Ungheria. Varie vicissitudini e riorganizzazioni hanno portato i Guglielmiti ad essere conosciuti come Benedettini, ma di fatto la Chiesa, a metà del XIII secolo, volle assemblare sotto un unico Ordine tutte le comunità eremitiche: l’Ordo Eremitarum Sancti Augustini. I Guglielmiti non si sentirono mai degli appartenenti all’Ordine agostiniano e continuarono a seguire la loro vocazione eremitica che, più tardi, li portò ad abbracciare uno stile di vita cenobitico, di pari passo con la diffusione oltralpe del loro Ordine; diviso poi in tre grandi Province facenti ognuna capo ad un Priore e decentralizzando il controllo da parte del monastero di Malavalle, la “casa madre”, l’Ordine guglielmita iniziò il suo lento declino. Gli Agostiniani non condivisero la scelta dei Guglielmiti di non obbedire alle decisioni di Roma, ma anzi iniziarono a celebrare san Guglielmo di Malavalle, attribuendogli il ruolo – insieme ad altri – di santo protettore proprio dell’Ordine agostiniano, come dimostrano le opere artistiche create in ambiente agostiniano, la maggior parte delle quali sparse, oggi, in piccole ma graziose chiese della Maremma. Per lo studioso, ma anche per il semplice appassionato di Storia, la ricerca dei luoghi che hanno visto la crescita spirituale di Guglielmo e che oggi conservano le sue reliquie e le opere a lui dedicate, può diventare un affascinante percorso storico, archeologico ed artistico compiuto attraverso i meravigliosi paesi della Toscana meridionale.

La scelta dell’eremita

Come molti altri suoi contemporanei, Guglielmo decise di abbandonare la militia saecularis per abbracciare una vita più aderente al modello di povertà proposto dal messaggio evangelico, spogliandosi di ogni bene e rifugiandosi in luoghi sperduti alla ricerca della solitudine e della contemplazione, divenendo appunto un eremita (dal greco érēmos, «colui che vive solitario»). L’eremitismo è un fenomeno che nasce e si sviluppa in Oriente sul finire del II secolo dopo Cristo: gruppi di eremiti prima e singoli individui poi, iniziano a sentire il bisogno di allontanarsi dalla civiltà, che non tiene conto dei valori dell’anima, e vanno alla ricerca della perfezione spirituale tramite rigide pratiche ascetiche, quali il digiuno e la castità unite a meditazione e continue preghiere. Per far ciò, e per allontanarsi dai caotici centri abitati dove è impossibile allenare lo spirito a tali pratiche, l’eremita fugge verso i deserti, verso luoghi abbandonati, cibandosi di quel che trova. È un’esigenza prodotta da un filone di pensiero, tipico dell’Oriente cristiano, che ritiene la materia fonte di ogni malignità: l’anima (il Bene) si antepone così al corpo (il Male).

Tale fenomeno riprende nuovamente vigore, ad opera soprattutto di laici, nei secoli centrali del Medioevo e le prime fondazioni

interessano proprio luoghi della Toscana, quali Monte Pisano, la Lucchesia e la Garfagnana, la Maremma e le isole vicine.

Ma, a differenza di quanto avveniva nel II secolo, attorno alla figura dell’eremita medievale venne a formarsi una comunità di uomini con ideali di rinnovamento, che preferivano vivere in costruzioni dalle strutture semplici e spoglie – quando addirittura non in grotte – anziché in grandi e fastosi edifici; contestavano inoltre la proprietà e le rendite ecclesiastiche, nonché il lusso sfrenato delle chiese: insomma, una ricerca spasmodica della povertà assoluta. Questi eremiti, quindi, oltrepassando gli orientamenti della comunità apostolica primitiva, ovvero la comunione dei  beni e la sobrietà di vita, trascorsero la loro vita nella più assoluta povertà, adottando vesti povere, sdegnando lo sfarzo dei paramenti e degli arredi e riscoprendo l’importanza del lavoro manuale, da cui si traggono i mezzi di sostentamento e inasprendo pratiche ascetiche come il digiuno, le veglie prolungate e le flagellazioni.

Inizialmente solo nel monachesimo benedettino erano previste pratiche ascetiche di singoli cenobiti, cioè di monaci viventi in comunità organizzate,  al fine di raggiungere un elevato grado di perfezione spirituale ed  individuale. Ma ciò non era più sufficiente per le nuove esigenze (di natura spirituale) dell’epoca.

Nei secoli XI e XII si provò così a realizzare una forma di vita ascetica severa pur permanendo all’interno del cenobio; nacquero addirittura nuovi ordini religiosi di tipo eremitico: tra i più noti ricordiamo l’Ordine camaldolese, fondato da Romualdo di Ravenna (952 – 1027) nel 1012 circa a Camaldoli (Arezzo), l’Ordine dei Vallombrosani, fondato da san Giovanni Gualberto nel monastero di Vallombrosa, nei pressi di Firenze, l’Ordine dei Certosini, fondato a Grenoble da Bruno di Colonia, oppure ancora l’Ordine dei Cistercensi nato a Citeaux. Già nel 1145 molte comunità eremitiche nate in Francia, con l’aumentare dei confratelli, divennero cenobi veri e propri, e si legarono ai già esistenti ordini di Cìteaux, di Prémontré o di Cluny; per esempio in Toscana la comunità di asceti sorta in seguito alla morte di san Galgano, di cui seguiva l’esempio di vita, fu inglobata dall’Ordine cistercense (la chiesa e l’eremo sono visitabili a Chiusdino, Siena). Ma l’eremitismo solitario, e spesso indipendente da qualunque istituzione, desidera soltanto l’esperienza mistica del colloquio con Dio e nient’altro. L’eremita  vuol rimanere solo ed in costante contatto con il Signore, solo nelle intemperie, solo nella fame, solo nella lotta con il demonio. Così e in nessun altro modo può raggiungere la perfezione: tramite la sofferenza, tramite il martirio, quest’ultimo apice del lungo processo di perfezionamento spirituale che passa attraverso il cenobio e l’eremo, così come scriveva Bruno di Querfurt, arcivescovo e missionario alla corte di Ottone III – con cui era imparentato – divenuto a sua volta eremita. Anche Ottone di Frisinga, nella sua Chronica sive Historia de duabus civitatibus, terminata nel 1146, elogiò l’eremitismo. Alla fine del settimo libro egli esalta i monaci del suo tempo in quanto ultimi ed ormai unici veri cittadini della Civitas Dei in un mondo di decadenza, la cui fine è individuata da Ottone come prossima. Per quanto riguarda Guglielmo, Beato ufficiale della Chiesa romana e santo per denominazione popolare, si possono rintracciare varie fonti, documentarie, artistiche e archeologiche, che presentano però manipolazioni di ogni genere. Egli vive la sua esperienza mistica e religiosa in un periodo in cui è preceduto, seppur di poco, da personaggi di grande spessore mistico come Bernardo di Chiaravalle, teologo di fama europea, e Norberto da Xanten, fondatore dei premonstratensi, e seguito da altri quali Francesco d’Assisi e Domenico da Caleruega; inoltre Guglielmo non ha lasciato alcun documento scritto, e non ha certo avuto biografi del calibro di Tommaso da Celano.

La vicenda guglielmita, quindi, si colloca nel quadro storico dello sviluppo dell’eremitismo medievale, che conobbe proprio nel XII secolo e in Toscana il suo apogeo.

L’eremo

La Maremma, come buona parte dell’Italia centrale, conosce tra i secoli XII e XIII un periodo d’intensa attività costruttiva: chiese ed eremi più antichi, costruiti soprattutto in legno, vengono riedificati in pietra. Il Romanico inizia a diffondersi tardi, giusto un secolo prima, ma è uno stile che interessa molto sia l’architettura religiosa che quella civile, contemporaneamente all’affermazione dei primi poteri signorili di singole famiglie, che si accaparrano cariche e diritti pubblici.

Nella Toscana meridionale i due rami principali di eremiti, e gli unici anche a dimostrare una certa singolarità architettonica, erano indubbiamente gli Agostiniani e i Guglielmiti.

L’Eremo di S. Guglielmo (S. Guglielmo (Rov.a, (Castiglione della Pescaia, Grosseto, Carta d’Italia Fo 127, II NE.), inizialmente un semplice oratorio con funzione di cappella sepolcrale costruito proprio sul luogo di sepoltura del Santo, divenne per l’ordine guglielmita la casa madre, il punto di riferimento anzitutto spirituale ma anche artistico e architettonico. Sperduto nell’entroterra, abbandonato a sé stesso e completamente avvolto dalla vegetazione della macchia mediterranea, è stato costruito in una zona di bassa collina nel luogo esatto dove l’eremita visse l’ultimo anno della sua vita. Venendo da Castiglione della Pescaia, inoltrandosi nel bosco per pochi chilometri (seguire le indicazioni) e costeggiando l’acquedotto, si scorgono i resti delle mura, dai quali si può risalire alla pianta dell’eremo; esso ricalca la struttura dei monasteri benedettini: presenta una corte di fronte alla chiesa addossata sul lato sinistro, secondo uno stile riscontrato anche nella pianta del Monastero di S. Rabano presso i Monti dell’Uccellina, e degli ambienti, ovvero le celle dei monaci, disposte intorno al chiostro centrale. Si possono addirittura scorgere i resti di una torre. Dallo studio delle strutture (per le quali si ipotizza che in origine fossero addirittura a due piani per la presenza di un vano scale vicino all’ingresso principale) si denotano due momenti principali della costruzione dell’eremo: il primo periodo, in cui si rileva la costruzione di un piccolo e primitivo eremo con annessa cappella destinata a conservare le spoglie del santo, che subì probabilmente notevoli danni nel 1224 durante una campagna militare dei senesi contro Grosseto; il secondo periodo tra il 1227 ed il 1250, in cui venne ricostruito con il consenso di Papa Gregorio IX, chiesa addossata compresa. Da quel momento in poi fu mèta di pellegrinaggi che contribuirono alla prosperità della comunità divenuta ormai cenobitica. Nell’architettura eremitica sono tuttavia le chiese a rappresentare un punto di riferimento per l’individuazione di determinate caratteristiche: costruite con unica navata centrale, spesso prive di abside e pochi locali cenobitici.

Ma l’architettura guglielmita rompe invece con questa piccola tradizione, dimostrando proprio nella struttura della chiesa addossata alla parete principale della cinta muraria, risalente alla prima metà del XIII secolo e oggi inaccessibile senza gli adeguati permessi, tutta la propria singolarità, e confermando l’impossibilità di individuare un preciso ed inconfondibile stile delle costruzioni facenti capo a gruppi di eremiti. La chiesa ha una lunghezza di circa quattordici metri, costruita in stile romanico con un semplice schema icnografico ad unica navata centrale rettangolare; è divisa in tre campate da solidi semipilastri, senza contrafforti esterni, su cui sono impostati due archi trasversali che reggono la volta a botte a sesto leggermente acuto.

 

L’iconografia

Le scelte penitenziali di San Guglielmo hanno influenzato tutta la produzione iconografica del Beato: l’elmo, i ceppi, la cotta di maglia (indossati per penitenza), la barba incolta, il saio monastico, il bastone da eremita, (che lo hanno fatto confondere con Sant’Antonio Abate), il libro e le lotte furibonde con il demonio, il drago citato anche nel Libro dell’Apocalisse. Guglielmo è noto, infatti, per l’uccisione di una «vipera grandissima». Il luogo dove decise di vivere era infestato infatti da questa bestia terribile: gli apparve così un angelo inviato da Dio, il quale lo pregò di affrontare e sconfiggere l’animale, liberando così la zona dall’infestazione. Per riuscire in tale scopo, gli donò un bastone biforcuto, con il quale egli trafisse e sconfisse la fiera demoniaca. Vediamo quindi spesso un drago con la coda arricciolata dibattersi sotto i piedi del santo eremita e venire infilzato dal bastone di quest’ultimo.

 

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Seguire le orme e le tracce di San Guglielmo significa avventurarsi in un percorso affascinante, scoprendo paesi e tradizioni di uno dei luoghi più affascinanti d’Italia, la Maremma: un’esperienza che abbiamo condiviso con i nostri amici a quattro zampe, e che consigliamo sicuramente a tutti. Arrivederci al prossimo Cancamminiamo!

Tratto da Omnibus 25

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