Una strada per l’Europa: la via Francigena

La Francigena, un lungo percorso che attraversa il nostro continente, utilizzato sin dal Medioevo, oggi al centro di una riscoperta da parte dei moderni pellegrini.

a cura di Fabio Figara e Gaia Nannicini

 

Percorrere le strade affrontando briganti e fiere selvatiche, portando solo mantello (detto “sanrocchino”, “schiavina” o “pellegrina”), una bisaccia e un bastone (“bordone”); soffermarsi in qualche xenodochio per riposare qualche ora, pregare in luoghi di culto, venerando le reliquie dei Santi, raggiungere santuari e monasteri, camminando per ore al giorno, con il viso sferzato dal freddo o bruciato dal sole, per espiare colpe terrene e sperare di guadagnarsi il Paradiso raggiungendo Roma, Santiago de Compostela, i santuari micaelici, fino a Gerusalemme: la peregrinatio, il passaggio, il pellegrinaggio medievale era fortemente intriso di questa ricerca spirituale.

Un percorso devozionale nato già nei primissimi secoli del Cristianesimo e che, ancora oggi, possiamo rivivere seguendo i tracciati rimasti delle vie dei pellegrini. Oltre al percorso di Santiago, lungo il nord della Spagna, il più famoso è senz’altro la via “francigena”, o “francesca”, o ancora “romea”, che collegava Canterbury a Roma, attraversando Francia e Svizzera per poi giungere in Italia. Un asse viario che collegava l’Europa da nord a sud, riprendendo ciò che restava delle antiche direttrici romane. In Italia il percorso iniziava dal Monginevro o dal Gran S. Bernardo, continuando lungo città quali Aosta, Pavia, Piacenza e Parma, giungeva in Toscana toccando Lucca, Siena e molti altri borghi, per poi arrivare nella città del martirio dei Santi Pietro e Paolo. La strada appare dalle fonti anche come “via di Monte Bardone” (da Mons Langobardorum, “Monte dei Longobardi”), ad indicare, almeno in Italia, più o meno, il tracciato dall’attuale passo della Cisa, riportato anche da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum (VII, 58). «L’origine della strada è facilmente ricostruibile – scrive lo storico Renato Stopani – per la necessità dei Longobardi di collegare il regno di Pavia con i loro ducati meridionali attraverso un corridoio interno, al sicuro da eventuali colpi di mano dei bizantini (…) Fu quindi una scelta obbligata per i Longobardi l’uso del passo di Monte Bardone, poiché la strada romana che vi transitava collegando Parma a Lucca era rimasta la sola praticabile.» (cfr. R. Stopani, La Via Francigena. Una strada europea nell’Italia del Medioevo, Le Lettere, Firenze, 1988, pag. 6).

La via Aurelia era la strada che correva lungo il litorale tirrenico, mettendo in comunicazione l’odierna Toscana con la pianura padana, incrociando la via Aemilia Scauri mentre, all’interno, la via Cassia, a nord dell’Arno, collegava l’attuale Firenze ad altri centri importanti, e permetteva il passaggio dall’Appenino. Nella parte meridionale della Toscana, i Longobardi sfruttarono il «solco vallivo dell’Elsa (…) che portava sino a Siena» (Stopani, p. 8). Quindi già nel periodo longobardo, lungo il percorso sorsero “spedali” (come l’”Hospitale de Arcimboldo”), ospizi, punti di accoglienza per pellegrini, monasteri (come, ad esempio, il meraviglioso edificio sacro di S. Salvatore sul Monte Amiata) e abbazie, ma anche castelli e borghi (come Vico Wallari, antico nome di S. Genesio). È vero che i regnanti longobardi sfruttarono a loro vantaggio, in una chiara politica di rafforzamento territoriale, l’importanza che andava assumendo la via Francigena, ma è anche innegabile che una struttura “amministrativa” forte locale invogliò ulteriormente tale sviluppo. Giunta la dominazione franca, l’asse viario “dei Longobardi” assunse ancora più importanza, divenendo “strada dei Franchi” o “Francigena”, cioè che traeva origine “dalla Francia”, «che nella normale accezione medievale includeva (…) anche l’antica “Lotaringia”, cioè l’asse renano sino ai Paesi Bassi» (Stopani, p. 14). Nel documento Vita Mathildis celeberrimae principis Italiae di Donizone (1114) si parla proprio di “Francigenam stratam…” Se la ricostruzione del tracciato medievale la dobbiamo a documenti quali l’Itinerarium Sancti Willibaldi (tra 723 e 726), a diplomi imperiali e altre fonti piuttosto frammentarie, noti agli storici e agli appassionati dell’argomento sono soprattutto il resoconto o “memoria” dell’Arcivescovo di Canterbury Sigeric, redatto dal suo ritorno da Roma tra il 990 e il 994, e dell’abate islandese Nikulas di Munkathvera, pellegrino (homo viator) sulla Romea intorno al 1154.

Tratto da Omnibus 18, rivista dell’ACSI di Livorno

Hits: 241

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *