Il fascino delle scaglie di drago

Ispira artisti e scrittori da sempre, e la sua natura è mutevole in base ai periodi storici e alle culture. Anche oggi siamo colpiti dal fascino di questa creatura multiforme e leggendaria.

Il termine “Drago” pare derivi dal sanscrito darca (vista), dalla radice darc, divenuto poi in greco dràkon o drakón, che proviene da dérkesthai (guardare), perché una delle caratteristiche di questo animale mitico e favoloso, rappresentato spesso come un grosso rettile alato che sputa fuoco, sarebbe stato lo sguardo penetrante e paralizzante. In latino draco, divenne un simbolo di potenza, tanto che già le coorti romane portavano sulle insegne un drago rosso, usanza presa da popolazioni orientali quali Sciti e Persiani. Tale insegna passò poi agli imperatori bizantini e, da lì, alle nazioni europee, come oggi il Galles. Nell’Estremo Oriente assume fattezze e sembianze di divinità, è simbolo di saggezza e di forza soprattutto spirituale, segno di regalità e di potenza e viene raffigurato in posizione centrale tra acqua, terra e cielo.

In Europa, nel corso del Medioevo, assume le fattezze del diavolo, del Male per eccellenza, dell’eterno nemico che infesta soprattutto le zone abbandonate e paludose.

La sconfitta del drago (che, nel frattempo, tra XII e XIII secolo “acquisisce” ali giganti da pipistrello) fa parte della simbologia iconografica di molti Santi: il drago resta schiacciato sotto i piedi della Vergine Maria, o ucciso dall’arcangelo Michele, da san Giorgio e anche da personaggi come san Guglielmo di Malavalle.

La Toscana, in particolare, è luogo di presenza di draghi ben noto alle cronache medievali. Secondo recenti studi condotti da molti studiosi (anche sulle reliquie di San Guglielmo), i continui ritrovamenti di ossa di cetacei come la balenottera comune o il capodoglio sulle spiagge avrebbero ispirato le leggende della presenza di draghi. La fine dell’enorme serpe affonda quindi le radici nella tradizione giudaico-cristiana come abbattimento del Male per eccellenza: anzitutto nel libro di Daniele, ma anche, e soprattutto, nell’Apocalisse di san Giovanni; dall’apparizione in cielo della bestia, al combattimento con l’arcangelo Michele e i suoi angeli, al riconoscimento del demonio, che va a lottare contro tutti coloro che credono e seguono i dettami divini, ossia la discendenza della donna apparsa in cielo. Nei Bestiari medievali capita che venga confuso o assimilato ad altri animali demoniaci come il basilisco. Presenta di solito la testa crestata, a volte di mammifero, la lingua biforcuta, le zampe artigliate di numero sempre diverso. Quindi, a volte sembra un serpente acquatico, a volte un mammifero, e la sua figura  arricchisce i portali e i capitelli di numerose cattedrali, che possiamo ammirare ancora oggi.        FF

(tratto da Omnibus 25)

 

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