Guerrieri… a quattro zampe

Sin dall’antichità, molti animali hanno avuto un ruolo fondamentale nella crescita e sviluppo della comunità umana, nel bene e  nel  male. I cani, da sempre migliori amici dell’uomo, sono stati impiegati – purtroppo – in guerra, ma anche in importanti opere di salvataggio

di Gaia Nannicini e Fabio Figara

Da più di 5000 anni i cani sono stati impiegati dall’Uomo in azioni di ricerca e di combattimento. In antichità erano addestrati appositamente per attaccare a branchi la cavalleria e la fanteria nemiche.

Addirittura Alessandro magno fece incrociare il cane da guerra gigante dell’Epiro con il più piccolo mastino indiano, creando una nuova creatura, formidabile nella caccia e sui campi di battaglia: il “molosso”, dal muso largo e corto, divenne protagonista dei campi di battaglia e nelle battute di caccia. Questa nuova “razza” canina incontrò anche il favore dei romani, che li impiegarono durante la campagna di conquista della Britannia e, successivamente, nei violenti giochi circensi insieme ad altre creature. Il loro erede è il “mastino napoletano”.

Anche durante le guerre puniche, che videro lo scontro tra la civiltà romana e i cartaginesi, questi ultimi non si peritarono di impiegare cani da guerra, condotti da veterani vestiti di pelle di leone.

Nei secoli successivi l’impiego dei cani per la guerra e per la caccia trova numerose conferme nelle fonti storiche e artistiche. I cani spagnoli, tuttavia, furono i più feroci, e utilizzati nella conquista delle Indie: mastini incrociati con levrieri, nutriti con carne umana, seminarono molta sofferenza tra le tribù indigene. Possiamo considerare discendenti di questi animali i Cuban Bloodhound, che furono successivamente impiegati dall’esercito americano nella prima metà del XIX secolo. Dal 1800, infatti, il cane cominciò a essere sottoposto sempre a nuovi addestramenti, e impiegato sul campo, tanto da meritare medaglie. Ad esempio, “Moustache” era il mastino francese che, durante la battaglia di Austerlitz, fu decorato perché aveva contribuito ad evitare che la bandiera del suo reggimento cadesse in mano nemica.

Anche nel nostro esercito, così come in tutti quelli del mondo, i cani cominciarono con il tempo ad assumere ruoli da protagonista in vari impieghi: soccorso, guardiania, esplorazione, scambio di messaggi, guida, trasporto materiali, anti-mine e ricerca bombe. In Italia, solo verso la fine del secolo scorso, reggimenti di Bersaglieri e di Fanteria “arruolarono” i primi cani, ottenendo ottimi risultati, toccando il culmine durante le due guerre mondiali. Ancor oggi vi sono reparti cinofili nel nostro Esercito che, nelle aree a rischio dei teatri operativi, se ne servono principalmente – oltre che per compiti di sorveglianza – per scoprire, grazie al fiuto, armi, munizioni, e i temibili IED (improvised explosive device). Durante la guerra di Libia (1911) furono inviati in Nord Africa circa 140 animali, prelevati sia dalla Regia Guardia di Finanza che da privati: accompagnati da 12 soldati, fin da subito vennero impiegati nella ricerca dei feriti, nella sorveglianza e nel trasporto munizioni. Si trattava di cani di razza “pastore sardo” perché considerati “intelligenti, di fiuto finissimo, aggressivi e molto adatti a segnalare nemici nascosti tra le fratte o arrampicati sulle palme”. Nella Grande Guerra il cane si dimostrò più utile rispetto al mulo. Come riportato nel bell’articolo di Andrea Cionci* su La Stampa, «l’Ufficio storico dell’Esercito ci ha fornito una relazione della brigata Pistoia, del 1916, che ben li descrive. “L’addestramento dei cani non richiede molto tempo, e presto si abituano allo scoppio vicino dei proiettili d’artiglieria. Rispetto ai muli, i cani possono giungere, allo scoperto, in maggiore prossimità della prima linea e il loro mantenimento è di pochissimo costo”. Il cane infatti, consumava metà della razione di pane e carne giornaliera del soldato e si accontentava dei rimasugli delle cucine.» Se il mulo, per il quale, fra l’altro, occorreva un mangime specifico, aveva bisogno di almeno 30-40 litri d’acqua al giorno, al cane ne bastavano 3 o 4. Inoltre, non aveva bisogno del maniscalco e, ben più degli equini, si rivelava resistente agli agenti atmosferici, e poteva essere reperito ovunque e con facilità, tanto che nella Prima guerra mondiale, fra i reparti, vi erano cani di tutte le razze, perfino incroci.

Essendo inoltre più piccolo e agile del mulo, era sottoposto a una mortalità minima sul campo di battaglia. Fra i due conflitti, il programma sui cani da guerra conobbe un ulteriore sviluppo. Alla fine degli anni ’30 esisteva un Centro militare apposito presso l’XI Corpo d’Armata di Udine, dove venivano selezionati e addestrati con grande cura solamente pastori tedeschi, destinandoli soprattutto al collegamento, alla guida e al trasporto di ordini, divisi rigorosamente per il tipo di impiego. Aumentarono anche i requisiti per il personale addetto, che doveva essere “volontario e volonteroso, di buon carattere, senza precedenti politici o penali, alfabetizzato e unicamente dedito alla cura del cane”.

Usati in ogni ambiente, fu soprattutto sulla neve, con i reparti alpini, che divennero indispensabili trasportatori di viveri, munizioni e feriti: in questo caso fu soprattutto il pastore tedesco, già selezionato e addestrato in Germania presso la scuola di Kummersdorf, ad essere utilizzato in Italia e addirittura in Giappone. Purtroppo, durante il secondo confitto mondiale, i cani furono utilizzati anche in modo cruento dall’esercito sovietico, ovvero come cani-mina, addestrati a cercare il cibo sotto i carri armati: venivano poi dotati di un ordigno anticarro e, dopo un adeguato periodo di digiuno, lanciati contro i mezzi corazzati nemici. Una tattica che si rivoltò contro gli stessi sovietici, in quanto tale espediente, colpì duramente il morale dei soldati e perché, a volte, le povere bestie si infilavano anche sotto i carri armati sovietici.

Oggi fortunatamente i cani sono addestrati dalle forze di polizia e di soccorso e dall’esercito per azioni di recupero, salvataggio, ricerca di sostanze stupefacenti, armi e bombe. Tuttavia anche gli amici a quattro zampe di Esercito e Polizia vanno “in pensione”, dopo anni di intensa attività operativa che li vede impegnati – con il loro conducente – in molte missioni, sul territorio italiano o all’estero. Ma ciò non vuol dire che non possano comunque continuare la loro vita, dando e ricevendo affetto a coloro che sono pronti ad accoglierli procedendo con un’adozione! È possibile adottare un cane poliziotto collegandosi al sito https://www.poliziadistato.it/articolo/adotta-un-cane-poliziotto-1, da cui poter visionare le schede anagrafiche, le specifiche attitudini e i profili psicologici degli stessi, consentendo così una valutazione appropriata dell’impegno che s’intende assumere, oppure contattando il Centro di Coordinamento dei Servizi a Cavallo e Cinofili di Ladispoli (RM), al nr. 06 99240134. Successivamente i soggetti richiedenti dovranno compilare un modulo di richiesta, ed inviarlo presso il citato Centro via PEC (coordservizicavalloecinofili.ladispoli.rm@pecps.poliziadistato.it) o via Raccomandata A/R, indirizzata al Centro di Coordinamento dei Servizi a Cavallo e Cinofili, Via Aurelia km 37,825, 00055 Ladispoli (RM).

Allo stesso modo si può adottare un nuovo amico a 4 zampe dell’Esercito: https://www.esercito.difesa.it/organizzazione/capo-di-sme/comando-logistico-esercito/Adotta-un-cane-con-le-stellette/.

 

*https://www.lastampa.it/2017/04/12/societa/guardiani-esploratori-guide-o-messaggeri-lepopea-dimenticata-dei-cani-da-guerra-Bic5UuLAmzXrKDiNt2RQxM/pagina.html

 

 

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