#Dantedì, la giornata nazionale di Dante

Il 25 marzo è la giornata nazionale dedicata al sommo poeta.

Un giorno per celebrare l’autore della Divina Commedia: una scelta opportuna, in occasione dei festeggiamenti del 2021 per il settimo centenario della scomparsa di Dante. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro per i Beni e le Attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, ha così approvato la direttiva che istituisce per il 25 marzo la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri. «Dante è l’unità del Paese, Dante è la lingua italiana, Dante è l’idea stessa di Italia» ha commentato il Ministro Dario Franceschini. Sarà una giornata per ricordare, in tutta Italia e nel mondo, il genio di Dante, con moltissime iniziative che vedranno un forte coinvolgimento delle scuole, degli studenti e delle istituzioni culturali. Un “Dantedì”. Il Comitato per le celebrazioni, presieduto da Carlo Ossola, è già al lavoro per definire il calendario degli eventi del prossimo anno, forte dell’approvazione di tutto il mondo intellettuale (vedi https://www.raicultura.it/speciali/dantedi/).

Con l’occasione, riproponiamo su queste pagine l’articolo di Paola Ceccotti, storica collaboratrice della nostra rivista Omnibus, e l’intervista a Franco Nembrini (in fondo potete trovare la rivista su cui sono stati pubblicati, da scaricare gratuitamente)

“EL DANTE”, INTERVISTA A FRANCO NEMBRINI

(tratto da Omnibus 14, Anno V, numero 14, Quadrimestrale, Giugno 2015)

Franco Nembrini, insegnante, educatore e scrittore bergamasco, fondatore della Scuola paritaria “La Traccia”, è noto al grande pubblico per i suoi interventi sui problemi legati all’educazione giovanile e alla Scuola, e per le letture dantesche, una serie di lezioni portate in onda dallo scorso aprile su TV2000 con il titolo “El Dante”. E proprio in occasione del 750° della nascita del Sommo Poeta abbiamo posto al professore qualche domanda.

Professor Nembrini, com’è iniziata la passione per la Letteratura? E, in particolare, per Dante?
È nata lungo le scale della cantina di una drogheria, quando avevo dodici anni. Sono il quarto di dieci figli, famiglia modesta, per cui appena possibile si andava a lavorare per dare una mano in casa. Io avevo finito la prima media e ho passato l’estate a lavorare in una drogheria di Bergamo, abitavo lì dal lunedì al sabato, tornavo a casa solo la domenica. E una sera dopo la chiusura è arrivato un camion di acqua, io ero stanchissimo ma allora non si poteva dire di no, ho cominciato ad andare su e giù dalla cantina con casse di acqua pesantissime, piangevo dalla fatica e a un certo punto mi è venuta in mente una terzina di Dante che avevo studiato a scuola (allora si imparavano ancora le poesie a memoria, per fortuna…): «E proverai sì come sa di sale/lo pane altrui, e come è duro calle /lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Lì, mi ha folgorato la scoperta che Dante parlava di me! Quell’uomo, vissuto sette secoli prima, parlava di me! Da allora ho cominciato a studiare con un interesse totale, perché la letteratura parla di me. E alla fine della terza media ho giurato nelle mani della mia professoressa di italiano che sarei diventato anch’io insegnante. Poi c’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ce l’ho fatta. E tutta la mia vita non ha fatto che confermare  quell’intuizione: vale la pena conversare con «li antiqui huomini», come dice Machiavelli nella splendida lettera a Francesco Vettori, perché mi aiutano di più a capire chi sono io e com’è fatta la vita.

I suoi libri hanno ispirato Roberto Benigni per i suoi spettacoli…
Qualcuno lo dice, ma è un’esagerazione. Quel che è certo è che un giorno ero in Africa, in Sierra Leone, dove con la mia scuola, La Traccia di Calcinate, abbiamo aiutato la nascita di una scuola per i bambini-soldato di lì, quando mi è arrivata una telefonata: «So’ Roberto Benigni», e io lì per lì non capivo, non potevo neanche immaginare che lui, il famosissimo attore, chiamasse proprio me, oscuro insegnante di provincia. Invece era così, qualcuno gli aveva fatto avere i libri con la trascrizione dei miei incontri, gli erano piaciuti e mi aveva cercato. Così è nato un rapporto molto bello, dal quale credo che tutti e due abbiamo imparato qualche cosa.

Oltre ad essere uno dei “pilastri” della cultura occidentale, la Commedia è anzitutto l’opera di un autore cristiano, come sottolinea nei suoi interventi: ha riscontrato, o trova tuttora, delle difficoltà nel porre maggiormente in luce quest’ottica, spesso tralasciata nell’insegnamento scolastico? Qual è la risposta dei giovani?
Sì, la cultura italiana, dominata dal pregiudizio anticristiano del pensiero risorgimentale, incarnato in letteratura da De Sanctis, fa di tutto per minimizzare il ruolo della fede in Dante, per leggere la
Commedia cercando di staccarla dalla sua origine. Perfino l’edizione scolastica della Commedia che io amo di più (per l’amore che le porto non dico qual è), è come se non riuscisse ad arrendersi all’idea che un cristiano stia parlando della vita, della vita di tutti i giorni, non di “cose religiose”. «Che lo scopo generale del poeta sia rappresentarci attraverso il suo viaggio, i suoi incontri e le sue meditazioni ultramondane il proprio itinerario verso la salvezza spirituale, infatti, è cosa ovvia, nessuno ne ha mai dubitato»; ma poi quel testo aggiunge: «il problema è se il lettore debba tener presente solo questo ammaestramento religioso e trascurare l’umano». C’è una schizofrenia nella cultura moderna che non riesce a tenere insieme la questione religiosa e l’interesse per l’uomo, per la vita; come se da una parte ci fosse la vita, l’umano (che cosa sia poi questo umano, non si capisce mai), a cui qualcuno appiccica l’ammaestramento religioso. Invece Dante è la testimonianza di un modo d’essere e di vivere profondamente unitario, che non riesce neppure a pensare di separare le cose, perché sente nella natura dell’uomo, nella natura sua, nel suo approccio alla realtà, una necessaria domanda di bene, una necessaria domanda di senso. E quando i giovani capiscono che la questione è questa si entusiasmano, non possono non sentirlo, come lo sento io, compagno di strada.

Lei ha tenuto anche lezioni all’estero: perché Dante è così apprezzato anche in altri Paesi?
Per la medesima ragione. Perché in Russia come in America (lì non sono mai stato, ma me l’ha raccontato un amico che ha parlato di Dante usando i miei libri), a scuola come in carcere, il cuore umano è fatto allo stesso modo, e chiunque capisce che Dante sta parlando del cuore umano, del desiderio di bene per il quale il cuore di ciascun uomo è fatto.

Il Poeta rappresenta l’uomo che ricerca continuamente delle risposte, che riflette sulla sua condizione di essere umano ma, soprattutto, di peccatore nel senso cristiano del termine, è consapevole di essere in errore, e lo ammette: è una lezione anche per noi, sempre indaffarati, “di corsa”, circondati dalla tecnologia e connessi con tutto il resto del mondo, ma senza mai avere il tempo per fermarsi a riflettere e meditare?
Io non direi che Dante riflette soprattutto sulla condizione di peccatore “nel senso cristiano del termine”. O perlomeno occorre chiarire un possibile equivoco legato a questa espressione, perché spesso quando la usiamo pensiamo al peccato come l’infrazione di norme date da Dio per non si capisce bene quale ragione, regole che impongono di rinunciare, non si sa bene perché, alle cose più piacevoli della vita. Invece il peccato, spiega la Bibbia, è sempre contro se stessi: è sempre un tradimento del proprio desiderio di bene, di felicità, è la tentazione di fermarsi davanti a un bene presente e di dire “ecco, ho trovato, questo darà felicità alla mia vita”. Il peccato è questo tradimento del desiderio, questo “stop” messo al desiderio, e nella sua dinamica fondamentale è identico in tutti gli uomini. Certo, il mondo moderno, con la sua offerta straordinaria di beni che possono soddisfare momentaneamente il desiderio, è fatto apposta per mettere questo “stop”, si può passare tutta la vita rincorrendo un oggetto e poi un altro e non accorgersi che così si butta via la vita. Ma di solito è la realtà stessa, con il suo male, i suoi tradimenti, le sue delusio ni, la morte che tutti gli “oggetti del desiderio” non riescono a eliminare, a rimetterci di nuovo davanti al fatto che il nostro desiderio è più grande di qualsiasi possibile risposta.

Il centro dell’opera è senza dubbio l’Amore, da quello deviato, che porta all’Inferno, fino a quello immenso di Dio: in una società laica e in “crisi di valori” come la nostra, che senso può avere questo messaggio?  Dante ci aiuta a riscoprire che l’amore è uno, è sempre lo stesso, è il desiderio di «un bene […] nel qual si queti l’animo», come scrive in quella pagina meravigliosa del Convivio in un cui spiega che un bambino inizia desiderando «un pomo», e quindi «un augelletto» e poi via via beni sempre più grandi, perché l’anima umana, che viene da Dio, desidera tornare a Dio, all’amore di Dio, però all’inizio non lo sa, e crede che l’oggetto adeguato del suo amore siano gli oggetti che man mano si trova davanti. A volte una certa predicazione cristiana tende a dire che le cose non sono buone e l’amore delle cose non è buono. No: le cose sono buone (le ha fatte Dio!) e l’amore per le cose è buono (è un riflesso dell’amore di Dio); è che l’amore per le cose è buono ma è ancora poco, non è all’altezza di sè stesso. Ecco, io credo che Dante insegni, proprio a una società come la nostra che crede di aver messo l’uomo al centro dell’universo, che invece lo ha ridotto: l’amore umano, proprio perché fatto a immagine e somiglianza di Dio, è infinitamente più grande.

Di tutta l’opera, ha una parte, un canto o un verso che preferisce?
Se proprio mi obbligassero a scegliere, direi il primo e l’ultimo, l’inizio e la fine della storia. Ma non vorrei dover scegliere, anche perché la scoperta degli ultimi anni è la struttura meravigliosa che governa l’opera, la sapienza strepitosa con cui Dante ha costruito un’architettura in cui tutto si tiene: un verso, un canto rimanda a un altro, a un altro ancora, un circolo incredibile in cui ogni volta che si arriva in fondo viene il desiderio di ricominciare per riscoprire in ogni passo l’eco degli altri…

La Commedia è sì un inno all’Amore, ma anche una sorta di grande trattato politico, in cui Dante inserisce, soprattutto all’inferno, nemici, principi e cardinali, quindi giudicandoli. Certamente, rappresentando l’Inferno, era inevitabile. È lecito da un punto di vista storico e letterario, ma, leggendo sempre il testo in un’ottica cristiana, Dante comunque giudica definendo chi è degno della dannazione e chi no: lei cosa ne pensa?
Che Dante, come la Chiesa, prende tremendamente sul serio la libertà umana, tanto da riconoscere che un uomo può andare contro se stesso fino al punto di decidere, liberamente, di privarsi dell’oggetto adeguato del proprio desiderio, cioè di Dio. Come insegna sant’Agostino, «Dio, che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te». Riconoscere la possibilità dell’inferno, della dannazione eterna, vuol dire riconoscere la grandezza dell’opera di Dio, che crea un essere capace anche di dirgli di no. Poi, certo, si può discutere su una certa durezza di Dante nel cacciare all’inferno Tizio o Caio, speriamo che Dio sia più misericordioso sennò chissà io che fine faccio… ma è il segno di una mentalità che, ripeto, prende la libertà tremendamente sul serio.

In qualità di credente, Lei pensa che Dante, per aver elaborato la Commedia, possa essere considerato un autore “illuminato”? Al di là delle conoscenze teologiche e culturali che aveva…
Alle volte, sì, penso che Dante dev’esser stato un mistico, come ha fatto a scrivere quel che ha scritto se non ha avuto qualche visione… Però non mi sembra una questione fondamentale, e soprattutto non amo affatto tutto quel filone della critica dantesca che pone troppo l’accento su questa questione, fino a proporre improbabili parentele con sette esoteriche…

Cosa può insegnare Dante ai politici di oggi?
Ai politici, una cosa, soprattutto: la responsabilità nei confronti del popolo. Nell’epoca moderna, dalla Rivoluzione Francese alla fine del Novecento, la politica ha pensato di potersi sostituire alla religione, di essere lei la salvezza degli uomini, e ha portato alle tragedie che sappiamo; oggi, cadute le ideologie, sembra troppo spesso limitarsi alla gestione di interessi di parte. Invece Dante ricorda ai politici che il loro compito è salvaguardare la pace e la giustizia, cioè garantire le condizioni perché gli uomini possano con più facilità occuparsi della propria salvezza.

Quali sono i suoi impegni per i prossimi mesi? Altre “letture dantesche”?
Sì, anche se l’imprevisto successo (la vita è fatta sempre di imprevisti, di incontri che non avevamo calcolato) della trasmissione dei miei DVD su TV2000 sposterà un po’ l’asse delle mie attività,
che sarà centrata sulla preparazione di una serie di trasmissioni per quell’emittente che andranno in onda tra la fine del 2015 e la primavera del 2016. Poi, come sempre, andrò dietro a quel che Dio fa succedere…

 

La poesia immortale di Dante

(tratto da Omnibus 15, Anno V, numero 15, Quadrimestrale, Ottobre 2015)

Dante, padre della lingua italiana, uomo di passioni, di parte e insieme poeta, tramite la sua individuale partecipazione rappresenta l’universale nel genere umano.

di Paola Ceccotti             

Uomo d’azione e insieme uomo di studi, letterato, sommo poeta, nato nel 1265, nel 1289 combatté a Campaldino contro i Ghibellini di Arezzo, e fu presente alla resa del castello di Caprona, dove i Fiorentini avevano stretto d’assedio i Pisani. Nel 1295, iscrittosi nella Corporazione dei medici e degli speziali, poté accedere ai pubblici uffici. Fu nel Consiglio del Capitano del Popolo e l’anno dopo in quello dei Cento. Nel 1300 andò ambasciatore del Comune di Firenze a quello di San Gimignano, e fu dei Priori dal 15 giugno al 15 agosto. L’anno dopo fu del Consiglio delle Capitudini e poi ancora del Consiglio dei Cento. Ma nel 1301 Bonifacio VIII mosso dalle sue aspirazioni di dominio mandava a Firenze Carlo di Valois con il falso incarico di far da paciere. Il governo passò nelle mani dei Neri, che si vendicarono contro gli avversari con proscrizioni e condanne a morte. Dante, seguace dei Bianchi, che era stato inviato come ambasciatore dal Papa, apprese a Siena di essere stato colpito da condanna. Il nuovo podestà lo aveva condannato in contumacia con un processo sommario con l’accusa di  baratteria, estorsioni e maneggi contro la Chiesa. Il decreto del 1302 prevedeva una multa di 5000 fiorini, il confino e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Poiché Dante non rientrò a Firenze, venne disposto che, qualora fosse stato catturato, doveva essere bruciato vivo. Cominciarono così le tristi peregrinazioni da esule, insieme ad altri fuoriusciti, da cui Dante si staccò nel 1303 per non compromettere la sua dignità. Morì a Ravenna sotto la protezione di Guido da Polenta il 14 settembre 1321.

Attraverso la sua opera possiamo esplorare la sua anima immensa, capace di interpretare la vita umana nelle sue varie diversità e sfumature, elevandola a valori universali. In Dante c’è un interesse vivissimo per tutti gli aspetti della vita e nel suo errare come esule ebbe modo di conoscere le iniquità, la malvagità del genere umano fuorviato dalle passioni terrene e senza un orientamento (né il Papato né l’Impero, a parte le speranze in Arrigo VII) che potesse indirizzare verso la giusta via, e lui stesso si ritrovò, poiché la diritta via aveva smarrita, in una selva oscura, da cui lo trasse Virgilio, grazie all’intervento compassionevole di figure femminili. Fu Lucia, una vergine siciliana divenuta la Santa che protegge dalle malattie agli occhi, che sollecitata dalla Vergine Maria, si rivolse a Beatrice, la quale accorse chiedendo aiuto a Virgilio.

“I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno dal loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.”

Beatrice viene dal cielo per “amore” ed è in virtù di quell’amore che discende senza alcun timore.

 

“I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,

che la vostra miseria non mi tange,

né fiamma d’esto ‘ncendio non m’assale.”

 

Beatrice esprime la compassione di un cuore femminile e attraverso lei è Dante che parla, esempio di disposizione empatica verso l’altro, espressione di fine sensibilità e maestria nel tradurre i sentimenti umani in alta poesia.

Grande poeta ma anche esempio di rigore morale, e carattere fiero. Sembra che quando nel 1315 gli fu prospettata  la possibilità di tornare in patria purché si umiliasse come colpevole, pur desideroso di riabbracciare i suoi cari e di ritrovare la sua terra, rifiutò, perché avrebbe commesso un oltraggio ai principi di giustizia affermando il falso.

Chi ha avuto la fortuna di leggere e studiare Dante sui banchi di scuola, e lo ha amato grazie ad insegnanti di grande sapienza, ne rimane affascinato per sempre, e il suo esempio è come un faro che illumina il sentiero della vita, che come per il Poeta è spesso difficile e tortuoso.

Dante ha ritratto con la sua poesia l’umanità intera,  ma uno sguardo importante l’ha serbato alle figure femminili, da quella di Beatrice a quella di Francesca. La prima, modello del dolce stilnovo, trasfigurazione e simbolo di un’idea femminile, la seconda immersa nella storia e ancora permeata di quella sensualità che l’ha fatta cadere in errore.

Nel disegno del poemetto “La vita nuova” Beatrice e una figura celestiale, esempio di perfezione di fronte alla quale Dante percepisce tutta la sua limitatezza. Pur amando e desiderando varie donne,  Beatrice è colei che è discesa in terra “a miracol mostrare”.  E attraverso Beatrice e il suo esempio si rivela l’anelito di Dante verso la virtù, verso il Cielo e quell’ardore religioso che ha completa espressione nella “Commedia”.

Questa è opera immortale, rappresentazione della realtà umana. Il fatto che offra interpretazioni di lettura a livelli diversi, dal senso letterale a quello allegorico,  ha contribuito alla sua immensa popolarità,  poiché:

 

gl’illetterati accettavano nel senso letterale, e i dotti commentavano come un libro di scienza, come la Somma di San Tommaso. Il popolo vedeva in quei versi quel medesimo che sentiva nelle prediche, nelle divozioni e rappresentazioni… Gli eruditi si affannavano a cercare il senso de’ versi strani, e il Boccaccio iniziava quella serie di comenti che spesso in luogo di squarciare il velo lo fanno più denso” (così il De Sanctis nella “Storia della letteratura Italiana”).

 

La Commedia è stata, insieme alla Bibbia, il libro che i nostri bis-trisnonni contadini (non va dimenticato che fino agli anni Cinquanta, quando ci fu lo scoppio del boom economico, la popolazione italiana era occupata prevalentemente nel lavoro agricolo) leggevano la sera davanti al camino attorniati dalla famiglia, e non era insolito che ne conoscessero intere parti a memoria.

Sarebbe bello oggi tornare a leggere la Commedia come fosse una storia, senza porsi nelle condizioni di interpretare ogni singolo passo e farla leggere ai giovani con questa disposizione d’animo, e così ripercorrere le vicende, gli intrecci, le ambientazioni in cui si ritrova il nostro passato.

 

Dante compie il lungo viaggio nei tre Regni attraverso cui si purifica dai suoi errori. A Virgilio – ragione e amore – succede Beatrice – ragione astratta, fede, grazia – e con la sua guida sale in Paradiso innalzandosi fino allo stato di beatitudine, fede e conoscenza di Dio.

Beatrice, spiritualizzata nel corpo e nell’anima, rappresenta allora le qualità astratte della perfezione, sapienza e grazia, trovando il suo compimento nell’idea morale; la teologia è la scienza del tempo di Dante.

E Beatrice è visione intellettuale e luce.

 

Così finisce la storia dell’anima. Di forma in forma, di apparenza in apparenza, ritrova e riconosce se stessa in Dio, pura intelligenza, puro amore, puro atto” (De Sanctis)

La Commedia compendia la storia dell’uomo nella sua totalità – passioni, morale, fede – e ritrae quell’uomo in un contesto preciso che è quello del Medioevo trasfigurandolo nella forma di arte più eccelsa.

 

OMNIBUS 14

OMNIBUS 15 

 

 

 

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